giovedì 26 novembre 2009

Loving Imbecils and Butterflies

Considerando in generale la mia situazione al momento non c'è nulla, potrei dire, di più desiderabile che di un po' di sano, gaudioso, violentissimo sesso; nonchè, eventualmente -collateralmente- di una possibile relazione umana definibile con termini amabilmente agghiaccianti come "rapporto stabile". A cui non pensare, ma che procura sollievo.
Considerando questo, ecco, tu hai perfettamente senso. Tu, Entità Mediointellettualoide hai incontrovertibilmente logica.

Dovrei essere contenta. Chissà perchè non sono stupita. Esco.

Bisogna che andiamo in un pub tipico, sufficientemente decadente da poter accogliere il potenziale destrutturante metafisico dell'Entità con cui ho a che fare.
Bisogna che abbia birra sufficientemente destrutturante per assoggettare il mio cervello alle sue cazzate.

Mi racconta come fabbricano le sigarette in Venezuela e come il freddo che mi sbriciola le ossa peggiora se diventa freddo psicologico.
Fa domande, domande su di me -perchè lui è uno curioso-, aspetta le risposte per poter fare considerazioni intelligenti.

E' bello, penso. Il mio spirito razionale lo trova attraente. Mi ha riempita di lividi. Penso, è bello.

Con l'intera estensione della lingua produttrice di pungenti aforismi clonati che mi esplora un orecchio, guardo la barista che beve una birra mentre ne spilla una.

Sono talmente brava a darti ad intendere che ti desidero tanto da non riuscire quasi a trattenermi, che mi faccio schifo e non so' perchè non smetto.

Quando non è intenta a catalogare l'estensione della mia superficie corporea, la lingua dell'entità non dice cose stupide. Davvero.
Razionalmente potrei già amarlo.
Lo abbraccio e vorrei rompergli la mia pinta di birra metafisica cecoslovacca in testa. In faccia.
Considero la mia situazione e per qualche motivo voglio morire.
Ma prima scopiamo, magari.

giovedì 19 novembre 2009

I'll Fuck You In The Ass, Just For a Laugh

Sento che Tricky riempie i canali svuotati del mio cervello,caldo.
La ragazza con le sue catene al collo, sul materasso, è troppo languida per ammettere che l'Uomo Tatuato se ne vada, o per accorgersene. E' insensata come la spada accanto al bordo del letto e altrettanto fluida, è un improvviso distillato di trip-hop che cade.
così
Mi scuserà l'Uomo Tatuato, se rido un po' di lui adesso, mentre si aggira cercando cose. Cerca il bagno, mentre cerca di non sembrare goffo; cerca le sigarette, sembra imbarazzato.

La Donzella non ha voglia di questo, veramente, ma rifiutarsi di prender parte al rito simil-riflessivo del fumo sarebbe politicamente scorretto, quindi si alza.
Non si cura di rimettersi la maglietta. Nuda davanti all'Uomo Biomeccanico, sembra beffarda; fuma e il suo sistema circolatorio è vittima innocente, martire della gravità. La Donzella è un po' felice.

Forse è l'oppio. o il vino, o qualcosa che ho fatto prima, che che cazzo ho fatto nemmeno me lo ricordo,
_ma una qualsiasi Madre non avrebbe approvato_ il poco sangue al cervello mi fa supporre.

Fantastico, sì, ma accompagnati alla porta, Signore degli Spazi e preoccupatene quando sei giù in strada degli stereotipi sulle amicizie rovinate dal sesso, che io adesso devo svenire, magari vomitare, e magari farmene un'altra, tanto per gradire, nelle mie spirali trip-hop.

venerdì 13 novembre 2009

La Gran Canaria

Faccio domande al ragazzo stupido che mi si appiccica ad una festa. Il ragazzo nato sull'isola abbandonata, dispersa, nell'oceano deserto. Buona metafora per descrivere il suo cervello, mi viene da pensare. Il ragazzo stupido che sull'isola ci è cresciuto e non se n'è mai andato, nemmeno per un giorno, mai.

Dice che da quando ha quindici anni lavora nel baracchino che vende gelati, panini e patatine fritte, che vorrebbe fare l'astronauta o il veterinario e vedere la statua della libertà. Ha ventidue anni e le aspirazioni che poteva avere il bambino della pubblicità del Kinder cioccolato degli anni '80, prima degli anni '80.
Fa un altro miserrimo tentativo di accarezzarmi i capelli e baciarmi, poi dice che quando ha soldi gli piace comprare roba. Che genere di roba? Roba di marca, vestiti, cose per me. Se avesse più soldi comprerebbe più roba, dice. Non se ne andrebbe, non darebbe niente a suo fratello, non farebbe niente di quello che ha detto che sogna di fare, a parte comprare roba.
-Io litigo con mia madre, ma lei ha bisogno di me, anche se dice di no. Lei ha due bar e fa un sacco di soldi, a me fa lavorare nel baracchino e non mi non paga quasi niente.-
Ha le labbra sottili e paonazze, screpolate dalla nascita, la bocca è piccola, stretta, la fronte corrucciata, tutto il viso contratto nel perenne sforzo di afferrare il qualcosa che a malapena realizza che gli sfugge.
Vende fumo a praticamente tutta la gioventù bruciata dell'isola, mi dice che suo padre non lo conosce, è scappato quando lui aveva tre anni, ma in realtà è abituato e non gli fa ne caldo ne freddo. Però, dice il piccolo orifizio in mezzo alla sua faccia, non mi ha mai dato una carezza, non mi ha mai detto 'ti voglio bene', mai un abbraccio, me entiendes?
Gelida gli dico che sì, capisco, che mio padre è morto quando avevo cinque anni e mia madre non si è mai voluta trovare un altro uomo. Che i miei fratelli maggiori avevano dodici e quindici anni all'epoca e hanno letteralmente dato di matto. Io uccidevo i criceti che mia madre comprava. Quando ho smesso di uccidere criceti sono scappata di casa. Poi sono tornata e me ne sono andata ufficialmente, definitivamente.
L'espressione dell'ovetto kinder testimonia che è accigliato al limite del parossismo, vedo che la mia uscita ad effetto ha fatto effetto. Non è vero niente, è chiaro. A parte la storia dei criceti.
Non ho neanche dei fratelli.
Agli occhi dello scemo del villaggio, però, ho acquistato autorità, un livello incommensurabile di voce in capitolo.
Da qualche parte nel mio cervello, sapere di mentire con tanta naturalezza su una cosa del genere mi fa sentire in torto ed è precisamente questo che mi permette di continuare, di raccontare al qualcuno che ho davanti di come mi sentivo quando tornavo a casa da scuola e trovavo mia madre che piangeva sopra le pentole del pranzo che lasciava bruciare. Vado avanti perchè le cose che dico le sento prendere forma, riempirmi. La mia infanzia di orfanella è piena di rabbia verso questo ragazzo stupido che mi si è appiccicato alla festa. -Senti.- gli dico, -secondo me dovresti davvero partire. Dovresti lasciar perdere tua madre eccetera, la vita è tua, no?- e lui le ascolta attentamente, le mie dichiarazioni da film teenager idiota. Ce l'ho lì, sull'orlo del baratro, pronto.
"jump off the cliff"
Neanche la più improbabile scintilla di intuizione nell'acquitrinosa idiozia di questi occhietti porcini potrebbe fargli capire che voglio solo il suo male.
e lui va.